*/ ?> Recensione di No More Heroes 2: Desperate Struggle (Wii) - Wii Italia
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No More Heroes 2: Desperate Struggle: la recensione

Cos’è No More Heroes?

No More Heroes 2: Desperate Struggle - Trevis TouchdownNo More Heroes è stato, oltre che uno dei migliori giochi del 2008, una delle punte di diamante a sostegno della validità della line up di Wii, soprattutto in un periodo in cui le critiche al target della console si sono fatte sempre più concrete e pesanti.
Ma è anche considerato il titolo che, meglio di qualsiasi altro in questa generazione, ha incarnato l’esempio della produzione che si ama alla follia o che si odia profondamente.

Da una parte gli affezionati di casa Nintendo si sono trovati fra le mani una perla di rara bellezza ma grezza, ben lontana dagli standard qualitativi a cui la grande N ha abituato il suo pubblico, dall’altra parte il pubblico casual ha ottenuto un prodotto che non ha assolutamente nessun aspetto definibile “commerciale”. Inoltre No More Heroes è figlio di scelte di gameplay, design e di narrazione davvero audaci, che precludono la godibilità del titolo anche a buona parte dei giocatori più scafati.

Le premesse per un fiasco colossale erano tutte presenti, ma nonostante questo Suda51 (game designer a capo di Grasshoper) è riuscito a vincere la sua scommessa personale, creando quello che da lì a breve sarebbe diventato il suo brand più famoso, oscurando, a livello mediatico, quel Killer7 tanto caro alla scena più “underground” del mondo videoludico.
Quindi, quando parliamo di No More Heroes, che lo si ami o lo si odi, è bene levarsi il cappello in segno di rispetto.

Nonostante NMH si presti molto ad un seguito, vuoi per diversi spunti a livello di trama, vuoi per le dichiarazioni di Suda di aver avuto in mente sin dal principio una trilogia, il secondo capitolo di una serie ben avviata è sempre un banco di prova da non sottovalutare.
Si rischia infatti di adeguarsi a perverse logiche di mercato e quindi di abbandonare (anche solo in parte) lo spirito che animato quella scintilla che ha acceso i cuori di centinaia di migliaia di giocatori in tutto il mondo.

Purtroppo, è bene premetterlo, in questo senso qualcosa è stato perso.

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Neve a Santa Destroy

Sono passati anni da quando la lotta per scalare la classifica della United Assassins Association è terminata e Travis, dopo essere diventato l’assassino numero uno degli Stati Uniti d’America, ha abbandonato la scena. Travis ha percorso il suo cammino da guerriero “purificandosi” anima e corpo, maturando idee molto meno superficiali in merito ad argomenti, come l’assassinio, che fino a quel momento ha considerato quasi un passatempo.

Il passato però è passato e non si può cancellare. Travis ha ancora un cammino da compiere per diventare un uomo libero: quello della redenzione, e suo malgrado questa volta redenzione e vendetta vanno di pari passo.

Ad accogliere il ritorno del No More Hero nella sua città natale c’è la neve, ma passano pochi giorni prima che questa si tinga del sangue di qualcuno molto caro al nostro beniamino. Purtroppo Santa Destroy, in sua assenza, è cambiata parecchio. Non è più una battaglia quella in cui è coinvolto, ormai è una guerra, spietata e crudele guerra.

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L’apertura di No More Heroes 2 è semplicemente fantastica. Tanta carne al fuoco gettata in una manciata di minuti iniziali pone la base per quello che sembra essere un plot narrativo forse non originale come quello che contraddistingue il primo episodio ma certamente più profondo e vasto, che da al prequel, se paragonato, una dimensione di mera “presentazione” dei personaggi.
E’ bello tornare a Santa Destroy, è sempre un’ emozione muoversi in un luogo partorito dalla folle genialità di Goichi Suda e del suo Team e fortunatamente in No More Heroes 2 si respira ancora lo stesso senso di “alienante normalità” che permeava il primo episodio.

Sono molteplici e geniali i tocchi di classe che contraddistinguono le produzioni di Grasshoper ed anche Desperate Struggle ne è colmo: gli sviluppatori giocano sia a livello narrativo che di gameplay con il giocatore, lo metteno al centro di tutto, in quella che è una caricatura del lavoro che negli ultimi decenni contraddistingue lo sforzo di un altro illustre game designer giapponese, ovvero Hideo Kojima (padre della serie Metal Gear).


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